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Europa

Secondo il mito greco Europa era la figlia di Agenore e di Telefassa; a volte viene ricordata come figlia di Fenice. Il sommo Zeus, che viveva l’amore in libertà al di la delle catene materiali, dunque in un carattere divino proprio del suo rango, se ne innamorò quando la vide giocare a Tiro colle sue amiche. Il Dio si avvicinò di nascosto trasformandosi in un toro dal candore abbagliante con le corna lunate. Lucente nell’aspetto come nel cuore Zeus le si avvicinò in disparte. Europa dapprima fu intimorita dalla vista di una così possente bestia, ma come il suo sguardo cedette un po’ di maggior attenzione, la bella fanciulla comprese di avere di fronte a se qualcosa di grande e di inesplicabile, vedeva nel volto del toro non il timore per l’infinita grandezza dell’universo, ma una sorta di gioia e di pace interiore, un amore puro e sublime che l’avvicinava sempre più al candido animale. Lo accarezzò e lo vide mansueto e pensò di potersi fidare e salì a cavalcioni sulla sua groppa, dove si sentiva unica al mondo, sicura e certa di sé come solo poteva essere nell’angolo più profondo della sua anima. All’improvviso il toro si lanciò verso il mare e, nonostante le grida della ragazza, cavalcò sulle onde fino all’isola di Creta. Lì Zeus si unì con Europa sotto i platani, che per privilegio d’esser stati testimoni di un così intenso amore, non perdono mai le foglie.

E così come la fanciulla anche il nostro continente ha sempre amato senza timore ciò che parea grande e possente, luminoso e affascinante. L’amore per il vasto mare vide naviganti, come greci o vichinghi, sfidare l’ignoto, argonauti alla ricerca di velli d’oro, giovani eroi a fondare città per andare a conoscere il mondo e l’universo tutto e per portare con sé ciò che avevano imparato. Come lo Zeus taurino affrontarono le onde del mare, amarono con purezza le loro terre, la conoscenza ed ebbero mogli e figli.

La giovane Europa con gli occhi dei celti osservò il cielo e costruì complessi centri astronomici, come nell’amore di quella giovine omonima fanciulla, furono affascinati da ciò che è grande e splendente. E solo questo amore puro, che può sembrar quasi bestiale dalla descrizione del mito, ma in realtà si tratta di un sentimento immenso per qualcosa di enorme in natura, nacque la ricerca del sapere, la filosofia dei greci, e i valori che furono le fondamenta delle più grandi civiltà europee, che sempre hanno cercato di fondersi, susseguendosi sotto vari imperi, per giungere all’Europa di oggi.

E quell’amore della giovine fanciulla per Zeus è un esempio di amore pio, perché soltanto amando si può far sì che l’ignoto diventi conoscenza, e questo è il sentimento doveroso che hanno seguito i più degli uomini pii della nostra antica Europa, matrice del nostro sapere.

I 4 elementi nella tradizione pitagorica

Nella tradizione Pitagorica si confermava l’idea Greca che considerava il mondo formato di quattro elementi basilari, essenza delle cose. I c.d. quattro elementi erano: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco.
I neo-pitagorici riprendendo questa teoria ne specificano l’idea di applicazione all’essere umano. Anche l’uomo era considerato formato di 4 elementi e specificatamente i seguenti: il corpo fisico, l’anima, l’intelligenza e lo spirito. Esotericamente ci si riferiva a questi quattro ”corpi”  nel parlare degli elementi costituenti l’uomo. Furono dunque così associati:
corpo fisico – terra
corpo animico – acqua
corpo intelligente – aria
corpo spirituale – fuoco

Questi quattro elementi sono considerati un insieme disorganizzato nel corpo umano. Tale insieme si rappresentava come un cerchio. Il dilemma fondamentale della setta pitagorica era quello di riorganizzare questi copri, ovvero di quadrare il cerchio. Ottenendo una formula matematica per la quadratura del cerchio si voleva ricostruire, per analogia, una formula universale per ordinare i quattro corpi costituenti l’individuo.
L’uomo vitruviano ben rappresenta questa visione e la sua ricerca.
Si noti una cosa. Il famoso teorema di Pitagora si basa sul triangolo. Come mai Pitagora è andato a ricercare una formula che trovasse i quadrati dei lati di un triangolo e non quelli di un quadrato? E potrebbe avere a che fare colla quadratura del cerchio, quindi col famoso p, questo teorema?
E’ risaputo che il triangolo rappresenta il 10, numero reputato perfetto dalla famosa setta, quindi si può facilmente dedurre che questa formula ha qualcosa a che fare colla "perfezione".
Per ciò che riguarda il rapporto triangolo quadrato, sappiamo che basta raddoppiare un triangolo rettangolo dai cateti uguali per ottenere un quadrato. Applicando il teorema al quadrato sappiamo che la diagonale del quadrato proietta su di se un quadrato che è il doppio di quello proiettato da un qualsiasi lato del quadrato stesso. Dunque se ogni lato in un quadrato ha un quadrato, questi avrà la stessa area del quadrato stesso:
1. ogni lato proietta il corpo del quadrato.
2. La diagonale proietta un quadrato che è il doppio del quadrato stesso.

Adesso, chi vuol fare l'acusmatico deve cominciare a studiare cosa è l'1, perchè quello è il primo numero. Dall'algebra l'uno si rapporta in geometria col punto. Dal punto partono le rette. Da due punti passa una sola retta. Dal segmento inquadrato da due punti nasce il quadrato. Da qui tutto il resto. Da un punto si hanno infiniti cerchi concentrici.

Chi vuol fare il matematico, trovato il punto, deve tracciare il suo cerchio ed identificarvisi. Tratto il cerchio avrà due punti base: il centro e il punto al fine del raggio. Da questo si ottiene il quadrato per mezzo del p-greco. Ottenuto il quadrato bisogna applicare il raddoppiamento di questo per mezzo della diagonale, applicando il teorema del triangolo. Questa è l'opera per la realizzazione di qualcosa di molto importante. Chi vi riesce diviene matematico e possiede le regole suddette. Chi no saprà ripetere la regola, saprà applicarla sulla carta, ma non la comprenderà mai a fondo.

 

Il triangolo rettangolo perfetto è 3, 4 e 5, le cui misure corrispondono a dei moduli metafisici, mentre il triangolo rettangolo coi cateti uguali rispecchia un modulo fisico riscontrabile nell'uomo vitruviano.

"La scuola pitagorica", opera di Gianfranco Barbera.

 

Lares et Penati

i geni protettori nella tradizione romana.

Nella tradizione romana i Lari e i Penati sono divinità legate ai luoghi abitati dagli uomini.

Pare che il termine Lare sia presente anche nella tradizione etrusca, dove esseri divini sono rappresentati con le ali. Alcuni hanno associato l’idea di “Lare etrusco” a quella di “angelo cristiano”. Si noti che il Lare etrusco ha le ali ed è rappresentato generalmente nell’atto di sollevarsi in volo; il termine angelo proviene dal greco anghelos, che significa “messaggero”. Cosa abbastanza curiosa il dio Mercurio è definito Messaggero ed è rappresentato con i calzari alati. Certamente in tutte le tradizioni ciò che è rappresentato con le ali si richiama a dimensioni superiori e alla comunicazione con queste.

Se è vero, come dicono Elio Ermete e altri grandi maestri delle tradizioni, che ogni divinità rappresenta/è un forza, allora i Lasa etruschi rappresentano/sono una forza di ascensione e comunicazione col cielo, allo stesso modo di Mercurio e dei Lari Romani e degli angeli cristiani. A prova di ciò si può richiamare un antico rito in uso in alcuni luoghi della Calabria. Le sere dei giorni di festa la tavola viene apparecchiata con una tovaglia di lino bianco e con un posto in più dove vengono servite le stesse portate degli altri. Finita la cena si lascia la tavola pulita e apparecchiata col cibo nel posto riservato al “lareddru”. La notte non si passa dalla cucina per non infastidire questo presunto ospite. Se al mattino il piatto si trova vuoto si dice che “u Lareddru ha gradito” (il Laretto ha gradito). Questo antico rito di offerta al Lare della casa si tramanda in alcune famiglie di madre in figlia (essendo le donne a occuparsi della cucina) e alla domanda “cosa è u lareddru” si usa rispondere che è l’angioletto che abita la casa. Si evince da ciò un’assimilazione dell’antico rito sotto una forma cristiana e che chiaramente il termine Lareddru derivi dal termine Lare con l’assunzione di un suffisso diminutivo –ddru, forse finalizzato a rendere questa figura originaria della religione precedente più accettabile a chi vede con cattivo occhio il perpetrarsi di determinate forme tradizionali.

Il Lare è una divinità domestica e gli si officiano offerte e il rituale su esposto svela che determinate tradizioni hanno assunto una nuova veste ma si sono mantenute.

Castaneda definisce i luoghi concavi abitati da spiriti; il suo maestro pensa che esistano anche nelle automobili e in tutti i luoghi artificialmente prodotti dagli uomini, come ad esempio nelle case. Se ciò fosse valido anche per la tradizione romana avremmo una risposta significativa alla domanda: perché nei luoghi abitati vi sono Lari e nelle campagne Geni?

Perché il Lare è richiamato dall’azione artificiale dell’uomo, il Genio dall’azione della Natura di creare un luogo. Riscontriamo nelle città antiche la presenza di specifiche divinità all’interno delle mura urbane, altre venerate in santuari all’infuori di queste stesse mura.

Una stessa divinità può essere un Lare cittadino o il Genio di un promontorio. Perché Venere è Lare dei Romani (insieme a Marte) ma allo stesso tempo Genius Loci al Capo Ericino? Perché nella creazione della città di Roma in un modo o in un altro Venus è stata attratta dai luoghi prodotti dagli uomini, ad Erice Venus era già presente prima come Genius Loci, riconosciuta tramite una sua epifania dagli uomini, ordinò l’erezione di un suo Santuario, dunque fu attratta precedentemente dalla Natura che creò il capo.

 

 

Una simile interpretazione bene spiega il perché dell’assioma romano: i Lari vivono nei luoghi abitati dagli uomini. Essendo il Lare un ente vivente, invisibile a meno che non decida di presentarsi materialmente, è una forza agente che interagisce con l’ambito umano. Si hanno conseguentemente un’infinità di forze agenti in diversi aspetti: i Lari familiari (quindi i geni protettori della famiglia), i Lari compitali (abitanti degli incroci), i Lari triviari (abitanti dei trivi), i Lari della casa intesa come luogo fisico. I Lari familiari, il Genio di ogni componente della famiglia, le genialità che si occupano della dispensa (i penati appositamente evocati) rientrano nella cerchia dei Lari domestici. Perché queste divinità agiscano a nostro favore necessitano una serie di riti atti a creare una collaborazione tra essi e gli uomini (una sorta di Pax domestica, per riprendere le parole di Elio Ermete).

Nella tradizione romana i gentili attuano una serie di pratiche di realizzazione dell’individuo a partire dall’età dei 18 anni con l’assunzione della toga virile. Il richiamo agli antenati ha finalità evolutive, poiché si richiamano anime che conoscono la via di realizzazione dell’individuo e possono aiutare i loro discendenti; per questo motivo comunemente si usano considerare gli antenati membri dei Lari familiari.

Nella rituaria gentile il praticante conosce i propri Lari ed Elio Ermete nelle sue “Conclusiones Gentiles” spiega che: “Vesta è la più onorata, poiché il suo fuoco tutto permette...” , che i Lari rientrano nella gerarchia divina da lui esposta e che “la divinità gentilizia sempre segue la famiglia, nei luoghi in cui essa sceglie di vivere, così il genio di  ognuno segue il suo amato ovunque e sempre…i penati possono essere ri-evocati anche in un nuovo luogo di abitazione ma il Genius Loci, il Lare che abita una casa, è sempre quello…esistono metodi di chiamata, di esorcismo e allontanamento dei Lari fastidiosi e mezzi per farseli tutti amici…ma la chiave di tutto è sempre il carattere del gentile, che gli permette di avere buone relazioni con gli uomini e con gli dei,…”

GIUSEPPE BARBERA

Considerazioni sulla misurazione del tempo nel mondo antico

articolo apparso in Pietas n. 0

Con questo breve scritto ci si propone un obiettivo piuttosto ambizioso, e cioè di iniziare una serie di riflessioni al fine di giungere ad un modo diverso di considerare il rapporto che l’uomo moderno ha con il tempo; in particolare, analizzando alcune esperienze che al suo scorrere sono collegate, si vuole provare a spostare il punto di vista da quella che è la logica di necessità propria dell’uomo moderno verso la prospettiva da cui l’uomo antico assisteva a “ciò che passa”.
Il quesito fondamentale a cui occorre rispondere per compiere un simile cambio di prospettiva è il seguente: è il tempo a scandire gli eventi o, viceversa, sono invece gli eventi a determinare lo scorrere del tempo? Nel primo caso il tempo sarebbe una grandezza estrinseca ed indipendente, rispetto alla quale gli eventi si trovano in una condizione di totale passività; nel secondo invece sono gli eventi ed il loro susseguirsi a determinare questa grandezza che assumerebbe così un significato relativo e subordinato.
La risposta dei moderni è senz’altro che è il tempo il motore degli eventi. Il tempo è una grandezza estrinseca che viene misurata con degli appositi strumenti, quale può essere un orologio o un calendario. È il tempo a scandire gli eventi, e l’uomo moderno non ha dubbi in merito a ciò: è senz’altro lo scorrere del tempo a determinare il giorno in cui si percepisce lo stipendio, è il tempo a determinare in maniera estrinseca il ritmo della vita attraverso i suoi strumenti di misurazione. Per l’uomo moderno il tempo è addirittura una risorsa, qualcosa che assume valore economico.
Ma esistono altre possibilità? Esiste una possibilità di considerare il tempo quale grandezza del tutto relativa agli eventi?
 La sfera percettiva, sulla base di un’esperienza sicuramente comune a tutti, sembrerebbe dare risposta affermativa.
Immaginiamo l’uomo, nel suo habitat intriso di modernità, che in un lasso di tempo compie azioni ad un ritmo serrato, veloce. In queste condizioni la percezione dello scorrere del tempo è sicuramente accelerata. Se, per contro, in uno stesso lasso di tempo, misurato da un identico movimento di lancette, si compiono azioni più rarefatte o, peggio, ci si trova in una condizione statica di noia, il tempo sembra non passare mai. Queste due semplici osservazioni suggeriscono quindi che la cadenza delle azioni influenza la percezione del tempo.

Vediamo un altro esempio  che potrebbe indurre dei dubbi nel considerare il tempo quale grandezza estrinseca rispetto agli eventi. Un subacqueo in immersione regola la sua azione sulla base di due fattori: il consumo di gas respirabile e l’assorbimento di azoto nei tessuti. La considerazione da farsi è la seguente: il tempo reale e potenziale di immersione è regolato dall’orologio, misuratore oggettivo del suo scorrere, o piuttosto dal consumo di gas respirabile e dall’assorbimento di azoto, questi ultimi fatti assolutamente soggettivi? L’orologio misura un tempo che è subordinato all’evento. La durata dell’evento si raffronta al tempo misurato da un altro evento, che è il movimento delle lancette ad intervalli cadenzati, ma in effetti il tempo che interessa il subacqueo è quello scandito dall’azione soggettiva, cioè dal respirare e dal consumare aria: quello è il fattore determinante, mentre lo scorrere delle lancette è solo una misura effettuata mediante un altro evento.
Cosa è in effetti il tempo? Da uno dei più diffusi dizionari della lingua italiana alla voce tempo troviamo associate le seguenti definizioni:
 

Abbiamo ovviamente scelto solo le definizioni che più si adattano alla nostra disamina, quelle che forniscono più spunti di riflessione.
Da quanto riportato, occorre subito distinguere due posizioni distinte di fronte al tempo, e cioè una passiva ed una attiva. L’atto di subire il tempo quale oggetto di misurazione, quale misura estrinseca della durata di un fenomeno, sicuramente rientra in una concezione passiva. Il tempo determina la successione degli eventi, non essendone in alcun modo influenzato; la lancetta che scorre non ha la minima influenza sulla reale durata dell’unità temporale, se mai è il tempo a misurare la precisione del movimento; altra cosa è invece il caso del tempo musicale, definito come Velocità di esecuzione di un brano; ciascuna unità ritmica in cui si divide una battuta; struttura metrico - ritmica di un sistema di battute. In questo caso è l’azione, la volontà esecutiva a determinare e definire la scansione ritmica, l’intervallo tra eventi consecutivi; è la creazione di un ritmo, non un evento scandito estrinsecamente da un tempo. Analogo è l’osservare secondo la logica  Al tempo di qualcuno (al tempo di Re Umberto, al tempo di Cesare), nel qual caso è addirittura la storia dell’uomo a scandire gli intervalli, i ritmi dell’azione.
Quanto fin qui detto apre quindi la strada ad una prospettiva diversa da quella che la nostra quotidianità ci fornisce.
La risposta dell’uomo antico al quesito esposto sarebbe profondamente diversa da quella che le moderne  forme di razionalità impongono. Presso gli antichi infatti sono gli eventi naturali, quelli osservabili in maniera diretta nel macrocosmo a determinare lo scorrere del tempo che diviene così una grandezza intrinseca ad essi subordinata. In particolare, il tempo era visto come una manifestazione ciclica, un artificio della mente per comprendere lo scorrere circolare dell’universo.
Ma prima di continuare nella nostra trattazione, si vuole provare ad esporre e discutere due asserzioni di importanza capitale al fine di compiere un effettivo cambio di prospettiva:

   - Asserzione 1: Il tempo è una creazione intrinseca agli eventi e da essi scandita;
    - Asserzione 2: Il tempo del calendario bancario è un modo poco naturale di scandire il tempo

Asserzione 1.

Il problema della misurazione del tempo, per la fisica, è il seguente: cercare una unità corrispondente ad un evento completo, assumerla come misura, rapportarla ad intervalli tra eventi. Fin qui, la definizione dalla fisica classica. Secondo tale definizione, il tempo è una grandezza estrinseca, che ha esistenza propria ed indipendente dagli eventi. Ma è veramente così?
Il parere dell’uomo antico è quello opposto, e cioè che siano gli eventi a creare il tempo. A dimostrazione di ciò, a dire il vero, sappiamo produrre ben pochi esempi, anzi, non sappiamo andare oltre un semplice indizio: la percezione del tempo quale fatto estremamente soggettivo, fatto che giustifica espressioni del tipo “il tempo sembra non passare mai”, “il tempo sembra volare”. Ma questo indizio, per quanto labile, trova un supporto sperimentale nel campo della fisica quantistica, quella che, per capirci, si occupa di equivalenze tra energia e materia. La nostra idea è proprio questa, e cioè che il tempo sia determinato dal susseguirsi di variazioni di energia.
A questo punto, occorre dire che le stesse scienze moderne, che nella loro ottusità accademica talvolta finiscono paradossalmente con l’essere corrette, sono arrivate a definire la materia come “energia impacchettata” ( teoria dei quanti ed affini), ed un evento è qualcosa che coinvolge delle vibrazioni energetiche. La stessa unità di tempo è fissata dalla comunità scientifica sulla base di una variazione energetica, che è il tempo di decadimento radioattivo di un isotopo del cesio. Ma se questa variazione non avesse luogo, esisterebbe ugualmente quell’unità di tempo? Lo scienziato risponderebbe che allora si cercherebbe un’ulteriore evento misura, e noi sposteremmo oltre la domanda, trasportandola sull’ipotesi di non esistenza di quest’ulteriore evento; è facile indurre che, secondo la nostra logica, in assenza di variazioni energetiche non esisterebbero unità temporali; ma se non esistono unità temporali il tempo stesso diventerebbe un astratto assurdo, pertanto sul filo di questo ragionamento è facile credere che il tempo è una grandezza intrinseca agli eventi ed esiste in funzione degli eventi, non ha cioè esistenza propria.
 

Asserzione 2.

La fonte principale di energia è, per il nostro pianeta, il sole. In più momenti della storia, come accadde per esempio in Egitto, oppure a Roma ai tempi di Giulio Cesare, si è giunti ad identificare la scansione degli eventi con la scansione del ciclo solare, che corrisponde all’insieme delle variazioni di assorbimento energetico dell’intero pianeta. Secondo quanto detto precedentemente, il tempo è scandito da successioni energetiche quale grandezza intrinseca. Il calendario da noi usato è un calendario che ha fissato in modo arbitrario degli intervalli di tempo (giorni e mesi), ricalcando l’anno giuliano, ma estrinsecandolo dal reale ciclo solare, utilizzando quale unica forma di raccordo il giorno intercalare di febbraio (anni bisestili). In effetti, per quello che ne sappiamo oggi, i romani seguivano una scansione simile, con la differenza che loro avevano delle figure preposte a raccordare il tempo misurato con quello reale, e questo è testimoniato dal fatto che i loro punti di riferimento erano i punti cardinali del ciclo solare, vale a dire i solstizi e gli equinozi. Il calendario commerciale bancario, invece, assume come punto di riferimento gli eventi relativi ad un sole diverso: le transazioni di denaro. In ciò è facilmente ravvisabile un comportamento innaturale che sembrerebbe dimostrare la veridicità del nostro assunto.

Il calendario bancario quindi non avrebbe avuto per l’uomo antico alcun significato, in quanto completamente sciolto dagli eventi che determinano il reale scorrere del tempo; il moderno calendario riduce invece tutto ad un ciclo d'abitudine, rispetto al quale misurare altre consuetudini. Secondo questa antica prospettiva misurare il moto regolare di una lancetta è solo una parvenza di misurazione del tempo, la cui utilità si esaurisce la dove finisce il fatto materiale. Il sorgere del sole ed il suo tramonto individua la durata temporale giorno, o meglio la sua frazione luminosa, mentre il tempo misurato dall’orologio può solo avere una funzione ausiliaria, così come l’avevano le antiche clessidre. Il reale intervallo, lo spazio esecutivo, è delimitato comunque dall’evento astronomico.
Lo strumento classico per tener nota dello scorrere degli eventi è ed era il calendario nelle sue varie forme e sistemi di riferimento, ma mentre per i moderni si tratta di uno strumento per tener conto di eventi dipendenti da una grandezza estrinseca, presso gli antichi popoli i calendari altro non sono che la distribuzione ordinata  degli eventi osservabili nelle armonie universali. L’armonioso fluire di eventi nella dimensione cosmica era ritenuto in analogia assoluta con ciò che avveniva all’uomo considerato nella totalità del suo essere.
Presso tutte le tradizioni dei secoli passati l’esigenza di misurare il tempo, definito nel senso fin qui descritto, nasce dalla necessità di comprendere e catalogare gli eventi che si realizzano nel macrocosmo al fine di armonizzare l’azione dell’unità microcosmica, l’Uomo per l’appunto, rispetto ad esse secondo una logica di totale analogia. La natura diviene simbolo ed orologio del microcosmo.
In effetti, per chiunque si avvicini al mondo della tradizione, la comprensione dei simboli finisce col diventare essenziale.
Il linguaggio dell’alta tradizione è un linguaggio simbolico basato sulla realtà del cosmo. L’uso del simbolo nella tradizione è legato a quello che esso deve significare (oggetto significante), e quindi a cose riguardanti conoscenze di sintesi estrema, da abbracciare con un solo sguardo e non comunicabili, esprimibili solo attraverso un linguaggio, appunto, di sintesi. È come dire che a nulla vale descrivere l’uovo se prima non lo si è visto, non lo si conosce: l’esperienza uovo deve rientrare nelle possibilità dell’Io, e la sua rappresentazione simbolica ne raffigura l’essenza: il disegno dell’uovo è il simbolo dell’uovo. Il significato del disegno è l’idea di uovo, il suo significante è l’uovo fisico.
 Gli antichi alfabeti, quelli più vicini alla tradizione primordiale, sono tutti rappresentazioni sintetiche. L’idea poteva essere trasmessa attraverso un’assonanza grafica diretta (ideogrammi veri e propri, vedi i geroglifici egizi) oppure mediante corrispondenze in termini di cifre. Spingerci troppo in là nella trattazione di temi così complessi esula dagli scopi che ci siamo prefissi, ma basta il cenno fatto per mettere il lettore sulla giusta via. In termini di rappresentazione, quindi, troviamo il simbolo, col suo significato, ed un corrispondente significante. Il simbolo tende alla perfezione nella misura in cui significato e significante si fondono e per la precisione nel simbolo perfetto il simbolo coincide con il suo significante: simbolo ed entità rapresentata diventano esattamente la stessa cosa. Secondo l’esempio fatto, quindi, potremmo dire che il simbolo perfetto dell’uovo è l’uovo stesso, o qualcosa che ne produca assolutamente gli stessi effetti.
La cosa fondamentale da capire è che il simbolo diviene perfetto nel momento in cui interviene un principio superiore ad animarlo, altrimenti resta solo un guscio vuoto, così come un guscio vuoto sarebbe stato per l’uomo antico il calendario amministrativo.

Inteso in questo senso, nessun simbolo è più perfetto del cosmo e delle sue manifestazioni cicliche in relazione al microcosmo umano. Diversi sono i cicli che l’uomo, nel corso della storia, ha assunto quali sistemi di riferimento. Oltre al già citato ciclo solare infatti, esistono calendari basati sul ciclo lunare, calendari basati su cicli planetari o, presso civiltà così antiche che riesce difficile ricostruirne la storia, calendari basati su cicli stellari.
Un esempio di calendario planetario è per esempio il calendario Maya, basato sul ciclo di venere, la cui precisione è tale da turbare la coscienza dei moderni scienziati.
Interessante è considerare che ai cicli stellari gli antichi associavano lo svolgersi del fato; Trattandosi di qualcosa che ha a che vedere col fato, è importante innanzitutto avere chiaro cosa gli antichi intendessero con "FATO". Secondo Plutarco, il Fato presenta due diversi aspetti, uno in relazione con la sua Attuazione, uno in relazione con la sua sostanza, ed a tal proposito fa riferimento a Platone.
1) Il fato come attuazione. Dal Fedro: “questa è la legge di Adrastea: se un’anima segue fedelmente il volere di un Dio…”. Si tratta di una legge inviolabile, perché procede da una causa di cui niente e nessuno può intralciare gli effetti .
2) Il fato come sostanza; Espressione di Lachesi , figlia della necessità: E’ una legge divina che collega il futuro al passato ed al presente. Il fato può considerarsi come l’anima del mondo, la quale è divisa in tre parti[……]

A completare il cambio di prospettiva che inizialmente ci si è proposti, si discute la rappresentazione del ciclo solare inteso nel senso eliocentrico che, come ampiamente testimoniato da numerosi autori classici, era una conoscenza ben consolidata nell’antichità, al pari della sfericità terrestre che, nel III secolo a.c., fu addirittura oggetto di misurazione da parte di Eratostene.

Il ciclo solare, da cui discende  il calendario, è il moto di rivoluzione della terra intorno al sole. Su questo grande ciclo, che descrive nello spazio quello che è noto ai moderni come piano di eclittica, sono individuabili quattro punti cardinali: i due equinozi ed i due solstizi. I due equinozi si trovano su quella linea (linea equinoziale) che rappresenta l’intersezione del piano equatoriale (piano ortogonale all’asse di rotazione terrestre e passante per l’equatore del nostro pianeta) e piano d’eclittica. I due punti solstiziali sono invece i due punti sull’orbita terrestre cui corrisponde il massimo scostamento tra eclittica e piano equatoriale: a questi due punti corrispondono i giorni in cui il sole raggiunge la massima e la minima alzata rispetto all’orizzonte. Il piano d’eclittica, ed in relazione ad esso le diverse posizioni che la terra occupa nel suo ruotare, era diviso dagli antichi in dodici specie principali, ognuna nominata con un segno astrologico.
Nulla in questa descrizione lascia supporre che il tempo sia una grandezza estrinsecabile dagli eventi cosmici.
La conclusione cui si giunge in seguito a quanto fin qui esposto, è quindi piuttosto amara. L’uomo moderno ha deciso di ignorare la necessità di armonia che l’universo quotidianamente ci suggerisce, ha deciso di distogliere lo sguardo dal cielo per volgerlo verso i sassi su cui cammina. L’umanità si è creata un falso sole con un suo ciclo meccanico regolato da questa grande illusione che definisce tempo.
 

Ing. Achille Tricoli - gruppo c.p.p.t. - Crotone

La Porta Ermetica

Pochi lo sanno, ma l'unico monumento ermetico, realmente definibile così per l'essenza e qualità di significati che cela in sè, è la porta ermetica di piazza Vittorio di Roma. La porta si trovava nella villa del marchese, poi fu tolta dal suo contesto originario e inserita nei giardini della su citata piazza di Roma. Costituita da quattro lastre di pietra che delimitano uno spazio oscuro, che richiama l'ignoto, posto di fronte a chi le si accosta, è caratterizzata da sette sigilli che ripetono le sette "syllabae chimicae”, le sette sillabe ricavate dalla combinazione dei simboli dei 7 astri, delle 7 sostanze e dei 7 metalli.

Riportiamo di seguito le sette epigrafi della porta senza commento, ma con la sola traduzione d'accompagnamento, per lasciare al lettore la libertà di fare le sue prime considerazioni a mente libera, e non condizionata da idee altrui:

Prima incisione - Piombo -Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens (Quando nella tua casa i neri corvi partoriranno le bianche colombe, allora potrai dirti sapiente)

Seconda incisione - Stagno - Diameter spherae thau circuli crux orbis non orbis prosunt (il diametro della sfera, il tau del circolo, la croce del globo, non sono d'aiuto ai ciechi)

Terza incisione - Ferro - Qui scit comburere aqua et lavare igne facit de terra caelum et de caelo terram pretiosam (chi sa bruciare con l'acqua e lavare con il fuoco fa della terra cielo e del cielo terra preziosa).

Quarta Incisione - Rame - Si feceris volare terram super capum tuum eius pennis aquas torrentum convertes in petram (se farai volare sul tuo capo la terra, con le sue penne trasmuterai le acque del torrente in pietra)

Quinta incisione - Mercurio - Azot et ignis dealbando Latonam veniet sine veste Diana (quando l'azot e il fuoco imbiancano Latona, allora verrà Diana senza veste)

Sesta incisione - Antimonio - Filius noster mortus vivit Rex ab igne redit et coniugio gaudet occulto (Nostro figlio, che era morto, vive, torna re dal fuoco e gode dell'occulta unione).

Settima incisione - Vetriolo - est opus occultum veri sophi aperire terram ut geminet salutem pro populo (è opera occulta del vero filosofo aprire la terra, perchè faccia geminare salvezza per il popolo).

Le altre scritte:

si sedes non is - che si legge sia da destra che da sinistra. Da sinistra si traduce : se siedi non vai. In senso destrorso (si non sedes is) se non ti siedi, vai.

In caratteri ebraici sull'architrave troviamo iscritto: Ruha Elohim (lo spirito di dio)

sempre sull'architrave compare un'altra scritta: Horti magici ingressum hesperius custodit draco et sine Alcide cholcicas delicias non gustasset Iason (l'ingresso del giardino magico custodisce il drago esperio, e senza l'Alcide Giasone non avrebbe gustato le delizie della Colchide)

In testa all'architrave vi è un fregioin forma circolare. All'interno del cerchio si sviluppa una stella a sei punte sormontata dal simbolo dell'antimonio. Sulla corona esterna appare la scritta: tria sunt mirabilia: Deus et Homo,Mater et Virgo, Trinus et Unus. (tre sono le cose mirabili: Dio e Uomo, Madre e Vergine, Trino e Uno.)

Infine sulla ruota dell'antimonio compare la scritta: centrum in trigono centri (il centro è nel triangolo del cerchio).

L'Associazione Tradizionale Pietas collabora con l'associazione onlus "i gatti della porta magica" http://www.igattidellaportamagica.org/ per il controllo ed il mantenimento della colonia felina insediatasi nei giardini di piazza Vittorio in prossimità della stessa porta ermetica.

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